Risposta

Non c’è cosa peggiore che parlare, insegnare, mentre gli altri parlano per conto loro. A me sembra una brutta azione. Poca attenzione? Mancanza di buona educazione? Sta di fatto che non sono capace di continuare a parlare se altri parlano. Ci ho pensato un po’. Potrebbe essere una malattia. Ma desidero tenermela. È l’atteggiamento di chi – e non sto parlando di chi lo fa per un secondo e una volta sola, ma di chi continua sempre a farlo mentre l’altro parla; o lo fa a più riprese in quella stessa parlata – non solo non si cura di quello che sta avvenendo, ma di chi non fa esistere colui che sta parlando. Cioè parla lui. Anche se non è il suo tempo. Che ci fai lì ad ascoltare se non ascolti? Che ci stai a fare dentro a quel gruppo se non fai esistere chi ha preso la parola? Io voglio esistere quando parlo, perché mi sembra di avere qualcosa da dire. Se non sono ascoltato, mi fermo! Qualcuno la può leggere come megalomania, come eccentricità: io, semplicemente, come desiderio di far atterrare quello che voglio dire su un terreno che almeno c’è. Esserci è la prima proposta della parabola di oggi. Tanto che, come termina il vangelo, i chiamati sono tanti. Ma non è detto che tutti rispondano. A me sembra che i chiamati nella chiesa siano ancora tanti. Ci siamo. Ma continuiamo a parlare sotto. Parliamo delle nostre cose. Siamo presi dalla nostra mentalità. Abbiamo i nostri pensieri. Portiamo avanti le nostre trattative. Ci siamo. La parabola, nel suo inizio, ha questo andare a chiamare per la festa. Chiamati alla gioia strong, forte. La gioia qualche volta è come un caffè forte. Ma ci sembra che quello non sia il momento. Non sia davvero per noi. Continuiamo, sperando che possa ritornare la proposta forte della gioia. Ci siamo. Ma come? Lo ripeto: parlando sotto. Ossia facendo le nostre cose, non facendo festa. Questa è l’assenza di comunione. Si può stare insieme senza fare comunione, senza ascoltare, senza percepire il cuore della persona. Si può stare insieme ma non aderendo. A me sembra che l’immagine del parlare sotto sia l’assenza dell’adultità. A me sembra che questo vangelo ci dica che Dio fa l’adulto con noi. Incontro spesso persone che mi chiedono che cosa debbano fare nella loro vita. Un suggerimento. Ma non si può! Non posso dire io che cosa debbano fare! È più facile sentirsi dire che cosa bisogna fare che scegliere. Questa parabola ci dice che Dio ci lascia scegliere. E scegliere è impegnativo perché ha delle conseguenze. Ci tratta da adulti, appunto! Non si può scegliere di partecipare alla lezione e di far finta. Non si può entrare in una festa di nozze e non avere il cuore lì. Lo scorgi subito chi non ha il cuore lì. Ha una faccia!!! Mamma mia! Non so se vi è mai capitato! Lo vedi quello che è a quell’incontro e non vuole esserci! Che è a scuola e non vuole essere lì. Anche in chiesa succede così. Ma su una festa, sgamato subito! Ecco: Dio ci chiede adultità e quando scimmiottiamo di essere adulti, siamo sgamati subito. La comunione non è uno stare insieme e un mangiare insieme. La comunione non è uno star bene insieme. La comunione è entrare in quella situazione che è il cuore del re, dell’amico e aderire a quel momento.

Abito

Il vangelo lo chiama abito. Poco tempo fa sono stato ad un matrimonio. La mamma dello sposo era ben vestita. Bella. Non era eccessiva, nel senso che non ha portato via la scena alla sposa, ma si vedeva che era suo figlio. E credo che in molti le abbiamo fatto i complimenti. La gioia diventa proprio visibile. Credo ci abbia messo un po’ a prepararsi. Intendo cercare l’abito, sceglierlo, abbinarlo, immaginarsi in quel giorno, indossarlo, truccarsi, far delle prove, presentarsi. Questo è l’abito: anticiparlo prima di metterlo. Non si può metterlo bene, indossarlo bene se non lo si anticipa. Che voglio dire? Che l’abito va abitato. Non è un gioco di parole. L’abito è un modo di essere. Noi ci indispettiamo quando qualcuno entra in chiesa scollato, appariscente, con le forme del corpo fuori che si vedono perché è caldo… Perché ci indispettiamo? Perché chi abita l’abito estivo, non sta abitando il momento nel quale si trova. Non posso andare in canottiera al giorno della mia laurea in facoltà! Mi buttano fuori senza darmi la laurea. Per fortuna! Abitare un abito è accorgersi del momento e del luogo. Lo dico con le espressioni di prima: è essere davvero adulti. Il costume va bene al mare, ma non per la strada, vero? Non posso entrare tutto truccato o trafelato in una chiesa. Perché? Perché non sono maturo di capire che l’attenzione sarei io, non Dio! In quanti momenti sbagliamo l’abito! In quanti momenti non siamo adulti! E Dio, invece, ci tratta da adulti. Vuoi entrare nella sua comunione? Vesti l’abito della comunione. C’è anche una responsabilità nel rispondere alla fede. Finché non indosseremo la responsabilità, la fede non ci può essere. Perché è un dono la fede, ma anche un impegno. Non arrabbiamoci con la morte dei servi o la distruzione della città da parte del re in questa parabola. Sembra che chi scrive, Matteo, vedendo la distruzione di Gerusalemme nel 70 dC, inserisca nel parlare di Gesù dei risultati grazie agli eventi successivo: esserci, ma con un modo sbagliato, porta alla distruzione. È vero se ci pensiamo. Ma su questo, ci sarebbe molto da dire. Ci vorrebbe un’ulteriore riflessione che lascio a voi. Esserci, in un matrimonio, in una scelta di vita, in una famiglia, nella comunità cristiana, ma con un modo non adulto, senza l’abito giusto, porta quella relazione alla distruzione… Il Signore ci introduca nella responsabilità della fede.

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