La delicatezza
La parabola di oggi continua il racconto della vigna della scorsa settimana. È sempre rivolta ai capi, per cui è volutamente provocatoria. A me sembra che i due rintocchi siano molto chiari. La delicatezza del padrone. La cattiveria dei vignaioli. Il modo di agire del padrone e il modo di agire dei servi. Atteggiamenti proprio antitetici. Opposti. Dissonanti. Da una parte abbiamo il desiderio dei frutti e la ricerca di essi. Dall’altra la ricerca di impossessarsi della vigna e quindi il dramma della violenza. Da una parte il consegnare la propria proprietà. Dall’altra l’appropriarsene. È la delicatezza del padrone che mi attira! Lui lavora per la vigna. Ci sono quattro verbi di costruzione all’inizio della parabola. Poi tutto si svolge per uccidere e ammazzare. Pianta una vigna. Scava in essa un torchio. Quasi ad assaporare il frutto già che appaga. Edifica una torre. Certamente un rifugio attrezzi. Ma la torre serve per vedere oltre, distante. Serve per difendere e custodire. E da ultimo consegna. Come qualche cosa di importante. “Pianta-scava-costruisce e consegna”. Su questa consegna il padrone si gioca tutto. Perché la consegna è la più grande delicatezza che qualcuno possa avere. Consegnare la propria auto a qualcuno. Consegnare le proprie idee. Consegnare la propria moglie e il proprio marito. Consegnare la vita. Consegnare i propri soldi. È un atto di somma delicatezza.
La veemenza
Quello che mi impressione è la veemenza dei servi. Non accolgono con delicatezza, ma come proprietari. Ci sono due elementi che portano i servi a diventare sanguinari. Ad usare la violenza. Quali sono questi due elementi che li rendono cattivi? Il primo: si dimenticano che il padrone parte. Ma non è morto! Hanno trasformato la sua delicatezza in poca ragione. Anche se uccidono il figlio, diventeranno loro i proprietari? C’è nel racconto, una sottile descrizione di cosa provoca l’ignoranza. Di come l’umo e la donna non possono restare ignoranti. Ignorano che non sono proprietari. Ignorano che sono solo custodi. Ignorano che hanno avuto consegne, non promesse. Ignorano che il proprietario è vivo e può fare quello che vuole. Essere ignoranti sulla vita va a finire che si diventa spargitori di sangue. Scemi! Capaci di fare il male! Ma se si è intelligenti, ci si ricorda che nulla ci appartiene ma che tutto ci è stato dato. Nulla è nostro, ma tutto è gratis. Nulla è dovuto, ma tutto è un dono! Dono vuol dire che non è una conquista. Ecco i verbi del padrone: “piantare” è un verbo di fatica e di generazione. Di futuro e di vita. “Scavare” è un verbo di profondità e di fondamenta. “Costruire” è un verbo di visione e di vedute. “Consegnare” è un verbo d’amore. Queste sono le azioni iniziali del proprietario. Ignorare questo quantitativo di energie e di amore vuol dire diventare ladri. Ladri della vita. Ladri della bellezza. Ladri dei frutti. Ladri del buono. Tutto viene da Dio. Ignorarlo significa sovvertire la potenza delle cose che il buon Dio ci ha consegnato perché hanno il timbro del suo lavoro. Le cose che abbiamo sono il suo sudore, il suo lavoro, le sue ricchezze. Bello conoscere la vita da questa parte e non dalla parte della proprietà! Viverla come la ricchezza e il lavoro di Dio consegnato a noi!
Il secondo elemento che rende sanguinari i proprietari è la sovversione. Il sovvertire le finalità. Il padrone ha fatto una torre per difendere la vigna. Non per difendere la vigna dal padrone! Non si può salire sulla torre per vedere l’arrivo dei servi che vengono a prendere il vino e difenderci da loro uccidendoli e tenerci il vino. Addirittura salgono sulla torre per uccidere il figlio e appropriarsi dell’eredità. Ciò che Dio ha costruito per vedere la vita, vien utilizzato per difendersi da Lui. Viene sovvertita la coscienza. Viene soppiantata la sua funzione. Non funziona più per il bene, ma per i suoi poveri scopi. Trattenere. Godere. Fare i propri affari. Non rispondere al padrone. Se la coscienza non risponde più a Dio, povera vita! Si diventa proprietari e si vede la vita solo dalla parte della paura. La paura che qualcuno ci porti via qualcosa che riteniamo nostro. Ma non lo è. Neppure un secondo della vita è nostro. E quel secondo dovrebbe produrre frutto. Ma se la coscienza sovverte quel secondo e lo chiama “tempo mio”, allora la coscienza non funziona più come risposta. “Non ho tempo” è un modo esplicito di dire come funziona la coscienza. Dio mi ha dato il tempo! Io non ho il tempo, ma mi viene consegnato. Io devo rispondere del mio tempo a Lui che me lo consegna. Quale sarà il frutto che viene a raccogliere dal tempo che mi ha consegnato? Ecco la differenza tra la coscienza cristiana e la coscienza che elimina il padrone della vigna, della vita. Così nascono i diritti sulla vita. Diritto di nascere e diritto di morire. Ma il padrone è vivo e la vita e la morte è sua. Non nostra!
Il Signore ci doni di accogliere il dono della sua delicatezza, di non appropriarcene e di portare frutto. Altrimenti si arriva ad uccidere… magari di nascosto, come vorranno fare i capi del popolo con Gesù, perché la gente è svegliata nella coscienza da Lui. Questa è la pietra che ci porta fuori dalla paura, dalla veemenza e dall’uccidere.








