SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA                                    Lc 1,26-38     

Graziati-Graziosi

Mi colpisce quel saluto dell’angelo. Con un nome che consegna a Maria. “Piena di grazia”. Credo che sono stati scritti fiumi di parole per questa espressione celestiale detta ad una creatura della terra. “Grazia” per noi uomini ha due eccezioni. Ricevere la grazia o diventare grazia. Ricevere grazia è quando si parla in questo modo: “Fammi grazia”, “Concedimi la grazia”, cioè ricevere un favore. Come quando un condannato chiede la grazia e non viene ucciso. È quindi sinonimo di perdono, di amnistia, di favore, appunto! Ricevere una grazia, significa essere GRAZIATI. Ma c’è anche l’altro lato della parola. Diventare grazia significa essere GRAZIOSI. Ha a che fare con la bellezza, con il fascino, con l’amabilità. Con la luminosità, la simpatia, l’eleganza. Maria è PIENA DI GRAZIA. Cioè, nella prima accezione del termine è stata GRAZIATA, e nella seconda accezione è anche GRAZIOSA. Sì può dire in negativo che è stata graziata: ossia le è stato tolto il peccato. Non è nata con quello che noi ci portiamo appresso, il peccato originale. Lei è colma di Grazia perché la sua femminilità, la sua finitudine, la sua umanità, non è stata intaccata dalla morte. Ma Dio l’ha graziata non lasciandola corrompere in un sepolcro: come suo Figlio. Poi è PIENA DI GRAZIA perché è bella, è graziosa. Sembra che in lei sia stata riversala la luce. In questo senso amabile. “Tutta bella sei Maria” è un canto che parla di lei e che fa parte della Chiesa: TOTA PULCRA, in latino. Sono due cose che oggi personalmente mi riempiono: IL FASCINO DELLA VITA E LA GRAZIA CHE LA VITA RICEVE. Quale bellezza salverà il mondo? È una frase di Dostoevskij. La bellezza che ci rende belli. La luminosità che ci rende uomini. Oggi è la festa della BELLEZZA che non ci appartiene ma che ci abita. Non ci appartiene: perché ci supera, eppure ci abita. Arriva dai cieli la bellezza! Si presenta a noi con delicatezza. Chiede permesso. Aspetta il nostro assenso. La bellezza dei cieli trasforma il nostro copro. Lo rende madre, lo rende ospitale, lo rende attento, lo rende più sensibile. Lo rende ARTE! Sì: è la festa di una bellezza che ci supera! Anzi: ci avvolge coinvolgendoci! E mentre questa luce ci riempie, ci abbellisce, nello stesso tempo ci grazia, ci toglie dal peccato. Ci abilita alle cose belle, alle cose sante. Graziati e anche graziosi.

Contenitori di grazia

Tra le mani avete un vaso: di terracotta. Fragile. Piccolo. Ho pensato di consegnarvelo proprio come parola di questa omelia. E mi sembra che realizzi proprio quello che fino a qui ho espresso: bellezza come grazioso, graziosa, ma anche come graziato, graziata e quindi ancora intatto. Infatti, potrebbe essere già rotto. È così fragile la nostra vita! È così piccola la nostra vita! È cosi breve la nostra vita! E potremmo proseguire… è così labile, così povera, così delicata. Basta poco. Ho in mente quante persone portano dentro di loro delle grandi sofferenze. Quante malattie albergano nei nostri corpi. Quante persone care mi chiedono di pregare per loro e di estendere la richiesta agli amici di Villa Immacolata. Lo dobbiamo fare. Non per dovere, ma per amicizia. Anzi: direi per consonanza. Suoniamo insime in queste cose perché tutti abbiamo un vaso delicato. Con un foro che sta sotto. Potrebbe essere un buco dal quale perdiamo vita. Lo sentiamo proprio così. Vita che esce. Si diventa più magri, più tesi, più tristi. Sembra proprio la vita che se ne va. Ma sappiamo anche che proprio quel foro è l’ingresso dell’acqua per un seme, per uno stelo, per una pianta. È il punto nutriente dal quale far entrare forza. Le nostre fessure ci fanno soffrire perché sembrano spandere dolore -è vero!-, ma diventano nello stesso tempo linfa per la nostra vita: punto nutriente! Quante volte Maria ha vissuto così la sua tensione nei confronti del Figlio e della Vita: “Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. E tiene dentro, serba, ci pensa, contempla, lascia entrare dell’acqua per la sua pianta proprio da questo foro d’incomprensione, da questo foro di dolore. Anche il momento davanti alla croce del Figlio è una grande crepa del suo vaso. E da essa, da quella morte così assurda, cerca di attingere acqua per sé. Buchi ne abbiamo nella nostra povera esperienza. Crepe, vorrei dire. Eppure, il giorno di oggi, la solennità dell’IMMACOLATA, ci dice che nonostante noi tutti siamo finiti, crepati, forati, nonostante la nostra vita sia creaturale, votata alla fine, alla morte, Dio viene dall’alto per GRAZIARCI, per non lasciarci nelle nostre crepe e nelle nostre fragilità. Viene per IN-GRAZIARCI, ossia per riempirci della sua grazia, per renderci belli. Siamo contenitori della sua grazia! C’è un po’ di paglia nel vostro vasetto, lo vedete! Richiama la paglia della stalla, ma anche il natale con il presepe che spero faremo o stiamo facendo. Questa semplice paglia richiama la nostra vita: "Secca l'erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura per sempre" dice il profeta Isaia (40:8). Ecco: c’è qualcosa di più grande, nella vita di Maria e nella nostra povera erba fresca che in poco appassisce! C’è qualcosa di più grande del dolore che sopraggiunge, della disperazione che ci prende! Qualcosa di più grande della nostra vita che finisce! Qualcosa che supera la malattia che ci arriva. Quando siamo presi da questo, da questa tristezza, dalle cose che non vanno, che non girano, che non prendono la piega che vorremmo, PERDIAMO LA SPERANZA. E la di-sperazione ci porta sempre di fronte a questa paglia che è erba secca, a questo vaso che va in frantumi. Ma dentro, piccola, come una delicatezza, come una grazia, come un respiro, come una carezza, c’è una perla. Piccola. Ma essa avvalora ogni nostra fragilità. Essa dà un colore nuovo alla nostra vita e al tempo che stiamo vivendo. Tenere gli occhi su di essa, piccola, è assai difficile in questi momenti. Soprattutto perché “siamo” paglia, “siamo” argilla. La nostra identità è davvero fragile e povera, bisognosa! Per questo abbiamo bisogno della preghiera l’uno dell’altro. Ma nessuno ci può PORTARE VIA LA SPERANZA. Oggi la speranza si chiama fecondità. Si chiama vita. Grembo fecondato, non da un uomo, ma da Dio. E questo è possibile attraverso un semplice “Si”. LA SPERANZA È IL SEME DI DIO. Che ci può abitare se gli diciamo: “Eccomi”. È piccolo. Sembra perdersi nel nostro piccolo vaso. Nella nostra paglia secca. Ma c’è solo se glielo acconsento. Occhi belli vedono la sua presenza. Occhi positivi scorgono la sua essenza. Il cuore amante custodisce questa speranza. La malattia avanzerà, il corpo si infiacchirà. Gli step non saranno come noi desideriamo. Il vaso andrà crepandosi. L’erba della nostra vita si seccherà. Fragili. Ma proprio qui, se diciamo il nostro “Eccomi”, Dio depone il SEME DELLE SPERANZA che diventerà in questa paglia e in questo vaso, suo Figlio Gesù in noi.

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