2a di QUARESIMA     -A-         Mt 17,1-9            

 

UN MONTE ALTO

Il secondo passaggio di questo itinerario quaresimale è situato in un momento di crisi. Di difficoltà tra Gesù e i suoi discepoli. Il testo, anche se nella liturgia non viene letto, situa questo racconto “sei giorni dopo”. Dopo cosa? Dopo che Pietro aveva fatto la professione di fede: “Tu sei il Cristo” e Gesù aveva annunciato loro il progetto di andare a Gerusalemme e di essere crocifisso e di risorgere. Simon Pietro lo prende in disparte e gli chiede di non fare questi pensieri ad alta voce. Gesù gli tira le orecchie: chiede di riprendere il suo posto, cioè di stargli dietro e di non farlo inciampare in questo suo cammino. Di continuare a fargli da discepolo restando dietro di lui, seguendolo, non di fare da Satana che lo distanzia dalla volontà del Padre. Insomma: le acque sono torbide e i sentimenti tra loro sono tesi. Sei giorni di tensione dunque! Sei, come il giorno della creazione dell’uomo. Sei, come qualcosa che ancora manca pensando al settimo giorno in cui Dio si riposa per completare la creazione. Cosa manca? Manca la luce. Manca la gioia. Manca quello che davvero abbiamo dentro che è stato soppresso dal pensiero. Mancano le visiono alte. Manca un monte su cui andare. Penso ad una delle tre parrocchie dove vado a celebrare alla domenica. È situata in alto. Quando si entra in processione per iniziare la santa messa, quando mi metto a salutare le persone fuori della porta della chiesa nel loro giungere, gli occhi vanno su questo panorama. E si guarda in giù: sembra un presepe. Con la nebbia, quando c’è nebbia sotto. O con il sole e la neve laggiù. Non c’è nulla da dire: sono gli occhi ad essere preparati per celebrare l’eucaristia e si entra già con orizzonti vasti. Penso che questa sia stata la fatica che Gesù ha fatto fare a Pietro, Giacomo e Giovanni. Salire. Quando si è sempre in mezzo ai soliti pensieri, quando si è dentro al tram-tram della vita, si finisce per incattivirsi. Per arrabbiarsi. Per metterci in tensione. La vita non ci dà sempre la possibilità di aprirci ad orizzonti vasti. E quindi ci incupiamo perché le amicizie, le relazioni, sono così: non ci capiamo. Meglio: non siamo capaci di ascoltarci, come la voce del Padre, dai cieli indicherà. E quando manchiamo di questo ascolto, anche le vedute si restringono. Ascoltare ha a che fare con il vedere. L’organo auditivo è molto collegato con quello visivo. Perché il visivo allarga anche la mente. Ecco la camminata di Gesù: sono in tensione, ma occorre salire un alto monte. Occorre vedere dalla prospettiva alta, allora ci si ascolta. Il problema dell’ascolto è proprio quello del rimanere giù. Chi va in montagna sa cosa significa faticare. Ma anche cosa significa arrivare alla meta. Il cuore sta bene perché gli occhi respirano altitudini. A volte i nostri occhi necessitano di salire in alto, di respirare in alto, di saper guardare dall’alto, proprio per aprire le orecchie e imparare ad ascoltare davvero chi abbiamo vicino. Così è successo a Pietro e agli altri due. Tanto da non voler scendere e di fissare l’abitazione in alto. Cosa che Gesù non ha permesso.

CAMBIÒ FORMA

Mi domando perché perdiamo la gioia. Perché non siamo contenti. Mi domando perché la tristezza ci prende tanto. Quello che succede sul quel monte è qualcosa che ha a che fare con questa domanda. Secondo me. Lo ripeto: sono rapporti tesi e tristi. Sono impacciati tra di loro. La salita non è un pic-nic come noi lo intendiamo. La salita è una dinamica di vita. Che i nostri amici avevano perso man mano che stavano con Gesù. Che spesso noi perdiamo. Cos’era successo quando Gesù aveva chiamato i discepoli a seguirlo? Cos’era accaduto quando essi vedevano i suoi miracoli e ascoltavano le sue parole? Mettevano insieme quello che udivano e vedevano (ritorno sugli occhi e sull’ascolto) con quello che si produceva e si muoveva dentro di loro. Iniziava in loro una luce, una irradiazione. Che accendeva tutta la loro persona. Erano loro che emanavano gioia. La gioia veniva da dentro. La gioia si sprigionava da dentro loro. Tanto da intaccare il loro corpo e trasformarlo. Ossia, quando si ascolta l’esterno e lo si fa reagire con l’interno avviene un cambiamento di forma. Una trasfigurazione. Una METAMORFOSI, dice il testo di oggi. Tipico del bruco che non sa di essere farfalla ma lo diventa. Lascia la crisalide ed esplodono i colori e la novità della forma. Tutto racchiuso in quella forma. Si perde la gioia perché non si ha più la capacità di agganciare l’esterno con l’interno. La luce di Gesù non viene da fuori. La luce di Gesù è da dentro e coinvolge il suo corpo. Lui non era raggiunto dalla gioia. Lui è gioia. Lui non è raggiunto dalla felicità, lui è da dentro la felicità. Lui non è illuminato, lui è luce! Questo è il monte alto. Ritornare a guardare l’opera di Dio che noi siamo. Ci sono momenti sui quali ci aggrovigliamo tutti: sono le crisalidi della nostra vita. Sono le tombe. Sono le difficoltà. Ma dentro noi siamo ciò che i nostri occhi vedono. Vedere la luce è diventare nel corpo luce. Chi non la vede, rimane imprigionato nel suo buio d’incapacità e di sofferenza, fino a sprofondare in un vortice. Il vortice va in giù, la salita è all’insù. Abbiamo bisogno di alcuni momenti di preghiera. Di alcune ore di luminosità. Di chi ci aiuta a vedere dall’alto. Abbiamo tutti bisogno di luce. Di saperla gustare. Allora vedremo! Siamo luce. Come quando ci siamo innamorati. Come quando qualcuno ci ha fatto sentire l’amore. Come quando qualcuno ci ha parlato di Gesù e di fede in Lui. Ma occorre fare fatica: salire un po’ e riguardare il panorama da un altro punto di vista. Giù, le strade si intersecano troppo e fanno molta confusione tanto da distoglierci dal panorama. Le corse nostre, hanno bisogno di luce. Fermati, andando in su! Guarda, risalendo la vita. Pensa, ma con il sole. Senza, ogni buco che richiama la nostra morte, ci mette in tensione!

ASCOLTATELO

Alla fine i nostri tre amici vedono Gesù solo. Noi abbiamo Gesù e i nostri pensieri. Gesù e la nostra libertà. Gesù e i nostri progetti. Gesù solo! Questa è luce che ci permette di ascoltare. Se abbiamo Gesù e anche il resto, siamo nelle interferenze. Certo: è una scelta. Di campo. E di vita. Si possono ascoltare le cose con i nostri cervelli. O ascoltare le cose con la sua luce che già ci appartiene. Saliamo!

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