III DOMENICA PER ANNUM                                 Gv 1,29-34  

Il giorno dopo

Non è riportato nella liturgia ma il testo di oggi inizia con “Il giorno dopo”. Siamo a Betania. Prima c’è l’inizio del vangelo di Giovanni. LA LUCE È VENUTA NEL MONDO. Prima c’è il Natale, diremmo in modo molto prosaico. Nel vangelo di Giovanni non ci sono gli eventi del Natale. E poi c’è l’ingresso nella scena di Giovanni, il cugino di Gesù che battezza. Una delegazione di sacerdoti e leviti lo interroga su perché sta battezzando e chi è per fare questo. Lui si presenta come VOCE di colui che PARLERÀ. E qui abbiamo la citazione dell’inizio del vangelo di oggi: IL GIORNO DOPO. Il giorno dopo questo, il giorno dopo il natale, il giorno dopo che sono stato interrogato dai sacerdoti. IL GIORNO DOPO è il giorno della consapevolezza. Succedono le cose, accadono e – IL VANGELO DI GIOVANNI – ci chiede di stare nel giorno dopo. Perché è il giorno nel quale si ripensa, si riflette, si ascolta dentro, si scrive. Si prende consapevolezza e si danno i nomi alle cose. Tutti abbiamo bisogno del giorno dopo. Se non c’è il giorno dopo non abbiamo neppure L’APPARIZIONE DEL SENSO, DEL SIGNIFICATO di ciò che abbiamo vissuto. Nel giorno dopo noi diventiamo profondi e ci immergiamo in quello che ci è successo.

 

Ecco l’Agnello di Dio

L’espressione la conosciamo a memoria. Ci porta alla liturgia. A quando il sacerdote alza il corpo di Cristo appena consacrato. Noi la sentiamo da questo punto di vista. Ma cosa ha significato per Gesù che se l’è sentita dire dal cugino e per chi l’ascoltava dalla bocca di Giovanni? Talià è aramaico. Significa agnello ma anche servo. E agnello è l’animale che nella pasqua ebraica viene sgozzato, il cui sangue asperge i fedeli e gli stipiti delle case perché l’angelo sterminatore non uccidesse i primogeniti. Si asperge il popolo con il sangue imbevuto su un ramo d’issopo. Parola che è scritta nel vangelo quando Gesù sulla croce gli porgono del vino mescolato con l’aceto. Glielo porgono con un ramo d’issopo. Quindi: l’agnello. La croce. L’Egitto. La pasqua. Quando Gesù sente quella parola sulla bocca di Giovanni, quasi rimane inchiodato e vi rimane senza fiato. AGNELLO significa molto di più di sacrificio. Significa un modo di essere che aveva intuito lui stesso nel deserto. Non un leone vincitore. Ma un AGNELLO DI DIO. Un agnello che sa servire. Anche servire è una parola che aiuta a vivere e ad amare. Non c’è cosa più bella che servire nella vita. Altrimenti perché si nasce? Perché si vive? Si vive per servire! Ma servire a cosa? ECCO L’AGNELLO DI DIO CHE TOGLIE IL PECCATO DEL MONDO. Ecco come fa a servire questo agnello! TOGLIE IL PECCATO. La parola “peccato” significa sbagliare centro, ma chi l’ha inventata in latino è stato geniale. PES CAPTUM. Il piede catturato. Il piede che non può andare avanti. Essere bloccati su di sé, senza andare avanti in una relazione. Questo è il peccato. SBAGLIARE LA RELAZIONE. Inciampare su di sé. Il Servizio dell’Agnello è quello di TOGLIERE IL CAPTUM AL PIEDE. LIBERARE. Questo è il grande servizio dell’amore. LIBERARE. Non con la forza, ma con il servizio, liberare il piede perché ricentri il suo rapporto perso. Ritornare al bersaglio giusto. Noi ci accorgiamo dopo, - IL GIORNO DOPO appunto – di essere stati liberati, di essere stati serviti, di essere stati amati. Da chi? Da un Agnello. Da qualcuno che non si impone ma che è e c’è. Che è fedele. Abbiamo bisogno del giorno dopo per scorgere gli agnelli che ci liberano dal pes-captum, dal peccato che ci tiene catturati al piede e non ci permette di andare e di riprendere il centro delle nostre relazioni.

 

Era prima di me

Mi piace questo Giovanni che mette davanti Gesù. E si tira indietro. “Era prima di me”, “È avanti a me”. Fare le cose e sparire. Noi firmiamo sempre! La firma dice l’appartenenza, il diritto, l’autore. Ma chi ha costruito Notre Dame de Paris? Chi ha costruito San Marco a Venezia? E il Duomo a Milano? Le cose di Dio non hanno firme. Sono DI DIO. È sempre difficile non firmare. Ma dovremmo cominciare ad imparare a firmare verbalmente e dire: “Grazie a Dio ho fatto”, “Grazie a Dio sono riuscito”, “Grazie a Dio ce l’abbiamo fatta”. Così non elimineremo la nostra firma. Ma metteremo in pole-position il vero autore. Questo è un cammino non da poco. Che passa attraverso il modo di parlare. “Ti piace come ho fatto?”. Troppo evidenziata la propria firma. “Mi è riuscito così, grazie a Dio”. Una firma, ma compartecipata.

Io non lo conoscevo

“Io non lo conoscevo…”. Sono cugini e non lo conosce. Questo mi piace! Mi tornano in mente i Magi. Conoscevano il re dei Giudei? No! E se i magi, dopo aver incontrato questo bambino tornavano dopo trentatré anni sotto la croce del Golgota e si trovavano la scritta “Questi è il Re dei Giudei”? cosa avrebbero pensato? O si erano sbagliati o devono ancora cercare di conoscerlo. Mi spiazza quando una persona mi chiede se la conosco. Noi conosciamo per sentito dire. E pensiamo di conoscere. Ci conosciamo perché ci frequentiamo. E man mano che ci frequentiamo, ci accorgiamo che siamo ancora Magi. In ricerca. Quelle coppie che si lasciano perché pensavano di conoscersi e invece non si conoscono? Hanno smesso di fare i Magi. Sono sapientoni, ma non sapienti! L’uomo e la donna sono vivi. Cambiano. Crescono. Evolvono. Un re nasce nella paglia, ma muore come un Agnello. Lo conosci? No! Per questo lo segui: per conoscerlo ancora. Per questo ci serve il giorno dopo: PER CONOSCERE ANCORA.

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