Le doglie del parto

Non me la sento di dire che oggi è una festa mesta! Non siamo qui a festeggiare il passato dei nostri cari, le lacrime che abbiamo vissuto o ancora piangiamo. Questa ricorrenza non è triste, è la commemorazione della creazione che geme, come abbiamo sentito nella seconda lettura di oggi, geme come si geme per un parto. Le sofferenze di questo presente, dice l’apostolo Paolo, sono imparagonabili alla gloria futura.

Facciamo un passo indietro e tre in avanti. Come quando si giocava a scalone, che un sasso su di un numero, ci faceva balzare più in là. Questa è la morte: un sasso sul gioco dello scalone che ci sbarra la strada e ci porta a due salti più in là di dove siamo. Doglie o ostacolo: entrambi le immagini ci mandano più avanti, non più indietro!

Il passo indietro è sullo spirito che abbiamo sentito menzionato all’inizio della lettura. Di che spirito si parla? Di due spiriti. Quello da schiavi e quello di Dio. Qual è lo spirito da schiavi? Quello che ci fa paura, che ci fa ricadere nella paura. Stiamo di fronte alle nostre tombe. Sono i nostri cari. Come ci stiamo? Con rassegnazione? Con paura? È un sasso che ci blocca e che ci frena nel guardare a più in là? Questo è lo spirito del mondo che ci dice che con la morte è finito tutto. La corruzione della vita e delle cose ci fa dire che tutto si conclude. Ci fa implodere nella rassegnazione, nell’assenza di speranza. In una speranza corta che ci porta solo via il volto dei nostri cari. E noi siamo soli.

Poi c’è un altro spirito. Lo Spirito di Dio. È quello della creazione. Quello che inizia le cose ma non per farle morire. Quello che ha voluto vincere ogni paura. Quello che ha abitato il corpo di Gesù anche nella morte. Quello che ci ricorda le cose future. Quello che nel sepolcro ha rimesso in piedi la vita del morto Gesù. Questo spirito non ci fa prendere paura di fronte alla morte, perché Gesù l’ha vinta. Noi possediamo le primizie di questo spirito. Ogni volta che vediamo uno stelo d’erba che si rialza dopo il freddo o essere stato calpestato. Ogni volta che vediamo il sole rinascere. Ogni volta che passiamo dall’inverno alla primavera. Noi abbiamo le primizie di questo spirito attaccato ai nostri occhi. E la creazione ce lo vuole ricordare. Ogni volta che uno fa un incidente e si spacca nel corpo e il corpo si rimargina, si riprende piano piano. Ogni volta che uno perde la parola e poi con degli esercizi ha la forza di recuperarla. Ogni volta la vita ci ricorda che è la vita e che non è fatta per la morte. Mentre siamo in questo spirito di Dio, attendiamo. Non andiamo verso la morte e basta. Andiamo verso il futuro. Quello che Gesù ci è venuto ad aprire. Abbiamo un utero chiuso in questo momento. Un sasso da scavalcare. Ma tre passi più in là c’è ancora corsa, scalone, nasce un figlio per davvero. Questa è la nostra fede: ma sarebbe un peccato che non fosse anche la nostra vita. Perché una vita vissuta così, nello spirito di libertà, non è incidentata dalla paura. È libera e liberata.

 

Di quale spirito?

La domanda è ovvia. Ci sono tre spiriti. Quello che ci rende schiavi, quello che viene da Gesù, e il mio. Il mio qual è ora? Incidentato dalla paura della morte o libero dalla paura della morte? Siano rese grazie a Cristo Gesù se lui ti ha liberato dalla paura della morte aiutandoti ad entrare con un salto nel pensiero e nella realtà della vita eterna. Insomma: una ricorrenza di futuro, non di passato. Una ricorrenza non c’entrata sui nostri cari defunti semplicemente, ma sul fatto che, già saltato il sassolino dello scalone e andati in avanti, hanno raggiungo la vita di Gesù e sono diventati eredi, coeredi del suo regno. Questo vorremmo vedere oggi in questa ricorrenza dei nostri cari defunti.

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