Anacoreta

L’anacoreta è, come dice il testo greco, una persona che si ritira. Nel deserto. L’eremo è il deserto. Gesù, viene a sapere della morte di suo cugino, provocata da una maternità infame di Erodiade che si serve della bellezza della figlia per far tagliare la testa a quel profeta, Giovanni il battezzatore, e cosa fa Gesù? L’anacoreta. Si ritira nel deserto. Quello che fa ogni cuore raggiunto dalla morte, dallo sconforto. Dalla tristezza. Ci si isola. Si sta soli. A volte si sta così tanto a mangiare certi dolori da soli, che diventa un cibo che ci avvelena. Sì: la prima lettura dice proprio questo. Isaia ci chiede perché spendiamo denaro per ciò che non è pane, per ciò che non sazia? È una frase interessante quella di Isaia. Si può spendere denaro per ciò che non sazia. Ossia cose che non ci danno felicità. Anche situazioni che non ci danno felicità. La frase successiva del profeta è rivelativa: “Su, ASCOLTATEMI e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio, ascoltate e vivrete”. Succede così anche a Gesù. Si ritira come un anacoreta nel suo deserto di dolore dove vuole piangere il suo amato cugino morto da viscere materne perfide e arriva la gente che conosceva il Battista. Arriva da lui che si era ritirato in solitudine e lo elegge subito profeta, prosecutore delle opere del Battista. GESÚ, che poteva stare chiuso nel suo dolore e nel suo eremo, LI ASCOLTA. Non ascolta tanto il suo dolore. Non tanto la voglia di fare lutto per il cugino.  LUI STESSO ASCOLTA, come dice il profeta Isaia, PER POTER MANGIARE GIOIA, PER POTER MANGIARE FELICITÀ. E ASCOLTA QUELLO CHE GLI SUCCEDE VICINO. Usa le viscere di Erodiade, quelle femminili, ma non fa come Erodiade che pensa esclusivamente a sé, ma fa come un madre dovrebbe fare: PENSA AL FIGLIO. PENSA ALL’ALTRO. Comincia ad ASCOLTARE, da anacoreta, QUELLO CHE GLI STA DAVANTI E LO METTE PRIMA DI LUI. Esce da ciò che lo potrebbe avvelenare seppur buono, il dolore per il cugino, e va verso LA COMPASSIONE PER QUELLA GENTE. Di più: trasforma il suo dolore in SENSIBILITÀ: quel dolore gli permette di ascoltare IL DOLORE DELLE PERSONE che stanno male, che soffrono, che sono malate, che hanno fame.

 

 

Coinvolto

Il vangelo di oggi è uno spostamento di baricentro per la gioia: dal mio dolore al dolore altrui. Dalla mia mancanza alla mancanza altrui. Non ho niente da darti, ma ti do la mia attenzione. Non ho nulla da consegnarti ma ti do il mio tempo. Non posso congedarti. È un verbo brutto quello usato dai discepoli. “Congedare”, è un verbo di divorzio. Stacchiamo e rompiamo la relazione. Divorziamo. Non siamo sufficientemente adatti per quello che ci domandate. Finiamo così la storia. Ognuno per conto suo. Andate a casa. Gesù, invece, ricalibra la domanda dei discepoli a partire dal suo dolore rivisto e riorientato. “DATE VOI STESSI DA MANGIARE”. Volete non sprecare denaro ed energie per non trovarvi senza felicità nella saccoccia della vita? Mangiate ASCOLTANDO. Mangiate ascoltando la realtà e il suo bisogno. Mangiate e ascoltate la necessità che vi si presenta. Non tanto per attirare l’attenzione, quanto per saper amare. Si ama ascoltando. Ci si coinvolge agli altri, non si va da un’altra parte. Questo è mangiare cose buone e succulenti, cose che ci sfamano, cose che riempiono i nostri desideri. Coinvolgersi è il verbo dell’amore. DATE VOI STESSI DA MANGIARE. Non si aspetta che intervenga qualcun altro. Non si aspetta che i progetti portino avanti le cose. Ci si tira su le maniche. Avete poco, non trattenete, date quel poco. Perché l’altro ha fame. I due terzi del mondo ha fame. Non possiamo solo aspettare che imparino a gestire le proprie risorse. Noi, che abbiamo cibo, non possiamo sprecarlo! Non possiamo avanzarlo. Non possiamo essere schizzinosi davanti al cibo. Abbiamo troppo! Siamo diventati sofisticati. Ma se vogliamo essere sazi nel desiderio, dobbiamo imparare a dare.

 

La volontà di Dio

Il testo è furbo. Matteo dice che mangiarono in cinquemila senza contare donne e bambini. Era il modo di contare i presenti nella sinagoga. E il punto di partenza è piccolo. Sproporzionato. Ma la conclusione è un avanzo. Dodici è il numero dei discepoli, delle tribù d’Israele. Dodici ceste piene. Piene significa non soltanto colme, ma che con Gesù è arrivato un tempo di compimento, di pienezza. C’è sempre un tale ricco che chiede a Gesù come si fa per ereditare la vita eterna. C’è sempre un tale maschile o femminile che cerca il suo senso di vita. Magari tra le mani ha cinque pani e due pesci. Poca cosa. Una laurea. Un talento. Il tempo stesso. Un saper fare qualcosa. Poca cosa. Ma la pienezza del tempo, del desiderio, la pienezza della vita sta in queste dodici ceste piene. Se quei cinque pani e due pesci li usi per diventare qualcuno, non cambia nulla da Erodiade. Non cambia nulla dal divorzio dei discepoli con la gente. La pienezza arriva in abbondanza da Dio, il Messia che si presenta nella storia, se quel poco che si ha non lo chiudiamo nell’eremo del nostro essere anacoreti, ma interpelliamo la storia che abbiamo davanti e lo mettiamo a servizio di chi ha bisogno. ASCOLTATE E MANGERETE COSE BUONE. Questa è la vocazione. La volontà di Dio. Non diventare qualcuno con i doni che lui ci consegna, con il tempo che lui ci dà, ma rispondere ai bisogni del mondo con quel poco che si ha. Questo è il Regno di Dio! Cercare prima il Regno di Dio è la cosa più importate perché; come ci dice Gesù e ci fa comprendere in questa moltiplicazione, tutti il resto ci sarà dato in aggiunta. LA PIENEZZA della vita sta qui: lo spostamento da me al figlio, all’altro, a chi ha bisogno. Questa è abbondanza. Questo è compimento. Questo è miracolo.

 

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