di Maria Rosa Brian
C'è stata una deflagrazione iniziale seguita da tanti piccoli scoppi a ritmo serrato, avevamo bisogno di capire che cos'era che ci scoppiava dentro, ma non c’era il tempo. E poi finalmente la tregua davanti all'Eucaristia per raccogliere i cocci e capire che cosa germogliava tra le macerie. Il secondo giorno, quando pensavamo di essere pronti a parare i colpi, abbiamo capito che non era vero. Non si è mai pronti e corazzati, non puoi serrare i denti e andare avanti: il rischio è di peggiorare la situazione. E allora abbiamo capito che l'unica arma era disarmarci e abbandonarci a Colui che già da ieri ci aveva accolti così:
Benvenuti
Nella casa di Dio
Non temete
Vi accoglierà
Grandi abbracci
Lui è così
Così carezzevole che vi stupirà
(Benvenuti Renato Zero)
È stato solo alla fine, dopo aver camminato con le nostre emozioni, che abbiamo visto un germoglio nuovo sbocciare: la gioia.
È difficile riassumere o semplicemente descrivere ciò che abbiamo vissuto in questo weekend.
Ci provo prendendo in prestito questo versetto dal Vangelo di Luca: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). È ciò che ho e che, penso, abbiamo bisogno di fare tutti noi che abbiamo partecipato a questo ritiro: lasciar sedimentare il turbinio di emozioni, pensieri e sentimenti che ci sono scoppiati dentro con così tanta rapidità e intensità. Certe esperienze sono difficili da raccontare perché perdono la loro forza una volta che si cerca di spiegarle; come si può descrivere un abbraccio? E una carezza? E una danza? Un canto? Come si può descrivere un sentimento? Come dire ciò che ti piange dentro, ciò che ti urla, ciò che ti commuove fino alle lacrime, o ciò che ti dà gioia fino a piangere? Che rumore fa il cuore che ti scoppia in petto? Di che colore è un atto di fede e un abbandonarsi nelle Sue mani? Che forma ha la mia preghiera? E la voce del Padre com’è? Si può diventare “mangiatoia? E come si accoglie Gesù Bambino, con quali lacrime lo si culla? Di gioia? Tenerezza? Indegnità?
Può la stessa canzone essere troppo lunga se ascoltata e troppo corta se deve durare l’atto che devi compiere? Lo so che per voi che non c’eravate queste mie parole possono sembrare confuse e senza senso, ma credetemi non è così.
Penso che anche noi, come Maria, abbiamo bisogno di custodire e meditare tutta la ricchezza con cui Dio, attraverso don Federico, ci ha ricolmati in questi giorni. Anche attraverso i compagni di cammino Dio ci ha mostrato la sua tenerezza, la sua accoglienza e il suo amore; grazie alla presenza delle suore Bene-Umukama abbiamo gustato l’amore materno e accogliente di Dio.
Siamo stati gli uni per gli altri angeli senza ali che camminano verso il fratello. Abbiamo ballato le nostre anime, cercato un raggio di luce, affidato una persona, pregato per qualcuno, confessato le nostre debolezze sentendole accolte e perdonate da Dio attraverso il sacramento della riconciliazione.
Che cosa potrei dire ancora? Gioisci della vita!
Gioisci della vita se accetti tutto ciò che ti danza dentro anche se con passo incerto e insicuro: non te ne spaventare, lascialo emergere, non lo trattenere. Gioisci della vita se non hai fretta, se sai aspettare, custodire, coltivare. Gioisci della vita se accetti che la vita il più delle volte non è gioia. Gioisci della vita se sai che cosa ha valore e che cosa non ne ha. Se sai perdere, se accetti di essere debole, vulnerabile. Gioisci della vita se dai vita. Vi sembro pazza? Si sono pazza di gioia!













