Perdono: lasciare
È un testo che ci non ci lascia tranquilli. Si parla di perdono. E su questo tema è sempre difficile, ci provoca ed è scottante. Mi trovo spesso di fronte a persone intransigenti, l’ho sentita anche poco tempo fa una frase del genere: “Sono cristiano ma non chiedermi di perdonare, il male è male. Non si perdona”. Oppure i buonisti: “No, guarda che come cristiani dobbiamo perdonare sempre, poverini”. Credo che da una parte, come dall’altra, non riusciamo a collocarci serenamente. Perché sia che perdoniamo sempre, chiudendo gli occhi con il prosciutto, sia che non perdoniamo mai, ci troviamo a fare i conti con un malessere che ci portiamo dentro. Qual è la proposta di Gesù? La domanda di Pietro è interessante nel testo greco. Letteralmente c’è scritto: “Quante volte un mio fratello peccherà contro di me e io lascerò andare lui”? Noi traduciamo con “lascerò andare lui” con perdonare. Ma il verbo è LASCIARLO ANDARE. I rancori li teniamo dentro. Non li lasciamo andare! Abbiamo un modo di parlare che ha a che fare con questo LASCIARLO ANDARE. Tipo: “Me la lego al dito”, o “Questo non lo lascio correre!”. Non è certo lasciar andare! Da questa prospettiva dovremmo entrare dentro alla grande tematica del perdono. Perché la traduzione del “LASCIARLO ANDARE” è sinonimo di PERDONARE?
Non so se abbiamo mai ragionato sulla parola CATTIVO.
Viene dal latino e significa PRIGIONIERO. Il cattivo è tale perché è un PRIGIONIERO. Uno che si trova in cattività è uno che si trova dietro le sbarre, prigioniero. Perché non viene lasciato andare, perché non lascia andare e tiene in ostaggio, perché se la lega al dito, perché non lascia correre. Quando il rancore lo teniamo in ostaggio, lo leghiamo dentro di noi e non lo lasciamo andare, allora si diventa captivus. Catturati dal rancore, dal risentimento, dalla rabbia. Occorre lasciarli andare. Lasciare andare significa non trattenere in cattività. Significa non diventare, con il nostro corpo, il carcere del male che ci fa star male; significa non lasciarsi trattenere dal male e non trattenere il male. Quando tratteniamo il male o quando il male ci trattiene, noi diventiamo PRIGIONIERI DEL MALE, CAPTIVUS. Cattivi. Di conseguenza la cattiveria è l’assenza del perdono. L’assenza del lasciar andare. Credo che tutto si risolva qui: l’incapacità di lasciar andare. Ossia raccoglitori seriali di ingiustizie. Memorizzatori seriali di cose che non fanno bene e non vanno bene, e quindi ci incattiviamo. E questa memoria diventa pensiero, ricordo, rimuginazione, sentimenti, fino a diventare fisicamente irosi, fisicamente cattivi, fisicamente rigidi e prigionieri del rancore, fisicamente incapace di perdonare.
La domanda di Pietro sul perdono è assai corretta: quante volte dobbiamo lasciar andare? Perché se non lasciamo andare tratteniamo e diventiamo noi i prigionieri dei nostri prigionieri. Lasciar andare vuol dire non diventare come loro. Lasciar andare significa non attaccarsi a loro. Lasciar andare significa restare BUONI. Perché buoni è proprio il contrario di cattivi. Chi esercita il perdono RESTA BUONO.
Sette volte sette
La parabola che Gesù racconta è proprio su questa linea. Restare buoni. Perché se entriamo nella vita con il conteggio matematico della restituzione, allora noi tratteniamo i nostri diritti. E quando tratteniamo i nostri diritti, quando tratteniamo SOLO i nostri diritti, diventiamo cattivi come il servo della parabola, che si dimentica che non potrà mai restituire i diecimila talenti. Una somma sproporzionata! La vita non si vive in restituzione. Ma in GRATITUDINE. La gratitudine, la meraviglia, il sentirci sempre in debito, allora ci mette in movimento nel lasciar andare, nel non trattenere, quindi nel perdonare. La gratitudine non ci incattivirà mai! Se pensiamo, spesso ci muoviamo sul restituire: siamo invitati a cena e portiamo qualcosa. Ci invitano ad un compleanno e portiamo un regalo. Ci viene dato un servizio e lo paghiamo. Qualcuno perde del tempo per noi e noi vogliamo contraccambiare. Noi siamo istintivamente strutturati alla restituzione per sentirci apposto. Ma questo modo di fare ci distanzia dal sentirci deboli, dipendenti, bisognosi. Perché, quando viviamo la povertà e la dipendenza, allora nasce la gratitudine. Siamo così per merito di altri. Per merito di chi mi ha dato tutto. Questa è la parabola. Siamo dipendenti di una vita che non potremmo mai restituire, mai appropriarcene, ma solo essere GRATI. Solo questa dipendenza, saper vedere questo, non ci fa legare al dito le cose. Il servo non ha fatto esperienza di gratitudine, ma è diventato, una volta condonato, un matematico, un professore di ingegneria che deve far quadrare i conti non sapendo che questi conti non quadreranno mai! E si diventa cattivi quando matematicamente le cose non funzionano come diciamo noi! Catturati da un modo sbagliato di pensare! Che ci incattivisce.
La domanda di Pietro è sulle volte. Pietro aveva già capito tutto e tanto: erano tre le volte che i rabbini indicavano di perdonare lo stesso peccato. Pietro va sul sette: ha detto a Gesù la sua veduta ampia. Sette è tanto. È un modo nuovo di intrepretare la vita che Gesù ha consegnato a Pietro chiamandolo per seguirlo. Ma Gesù prende un detto di Lamech. Nel libro della Genesi Lamech è discendente di Caino e il primo poligamo. Lamech parla alle mogli dicendo questa frase ma sulla vendetta. Una vendetta infinita che non avrà mai fine. Gesù la prende tale e quale per dire che se non si va nel verso opposto, quello del perdono illimitato, quella vendetta non finirà mai più. Lasciar andare la vendetta, sempre, per non rimanere incattiviti nella sua prigionia, ci fa liberi di sentirci grati di quelle che abbiamo ricevuto. E in questa gratitudine non ci appropriamo della vita, non la restituiamo, ma lasciamo andare il male, ringraziando di quello che siamo!







