TERZA DOMENICA DI PASQUA Lc 24,13-35
Tristi-Stupidi
Quando si è tristi si va dalla mamma. Quando si è frustrati si va dalla mamma. Quando si vive un fallimento, si va dalla mamma. Si ritorna lì, da lei. Emmaus è un nome che in ebraico significa “fonte calda”. Proprio come il grembo della madre. Sta terminando il terzo giorno. Avevano sperato. Ma dal quarto, non c’è più possibilità di vita. E siamo alla fine del giorno di Pasqua. Discutono, pregano lungo il cammino. Ma anche dissentono. Hanno diversi punti di vista sulla risurrezione, questa coppia di persone. Lui si chiama Cleopa. E l’altra persona non sappiamo. Sotto alla croce abbiamo incontrato Maria di Cleopa. Chissà: forse sua moglie? Sua figlia? Immaginiamo che il cammino di questi due sia proprio di un uomo e una donna. Una coppia che ritorna dalla madre. Avevano lasciato tutto per quel predicatore. Avevano posto la loro speranza su di lui. E ora? Nel mattino, delle donne avevano vaneggiato al suo sepolcro. Ma il corpo non l’hanno trovato. Un tale, con il corpo, si mette ora vicino a loro da sconosciuto. E li accompagna verso il grembo della madre. Verso il “luogo caldo”. Come mai Lazzaro da risorto lo riconoscono e Gesù, invece, no? Perché questo corpo è risorto nella vita di dopo, quella dello Spirito, non come quella di Lazzaro che era ritornato alla vita di prima, quella di carne! Direi così: la luce va incontro a loro. Li accompagna! Per questo non lo riconoscono. Quante volte abbiamo una luce accanto a noi e non lo sappiamo. Verrà il momento che gli occhi si apriranno su quella vita luminosa dopo, su quella luce che ci appartiene, che già sta camminando con noi e che per ora ci scalda il cuore ma non riusciamo a vedere pur essendo fisica, vicina. Sono tristi perché raccontano quello che hanno imparato a catechismo. Sì: il catechismo non aiuta a vedere. Ci rende tristi. Siamo molto tristi come cristiani. Perché impariamo il catechismo che è l’anticamera dell’ateismo. Non abbiamo ancora gli occhi che brillano dopo che siamo stati a catechismo. Camminiamo verso la mamma. Quello che Gesù dice loro è un rimprovero, meglio: a guardarlo bene è un insulto. Dice loro “insipienti-stolti”. Ma la traduzione corretta sarebbe “senza cervello”. Corrisponde al nostro “stupidi”. Senza cervello e senza cuore, addirittura. Tardi nel cuore. Tardi nel pensiero. È un’offesa che vuole aiutarli a rileggere il vuoto. Il vuoto va letto. La fede è proprio questa: dare un volto al vuoto! E con la Scrittura, lo sconosciuto, tenta di aiutarli in questo: rileggere i vuoti. Quello del sepolcro e quello presente ora in loro…
Apparire-Sparire
Quando Gesù li riporta con parole e gesti ai vuoti che parlano, alla Scrittura, alla frazione del pane che era un gesto del capo famiglia, Lui appare. Meglio, si aprono i loro occhi e lo riconoscono. Come era successo al centurione sotto la croce. Di fronte a certi gesti appare il di più che non vedevamo fino a quel momento. Appare la presenza che non c’era ma vi era. Appare un calore che mancava ma c’era. Appare perché è la luce che li segue. È la luce che li accompagna. È la luce che sta con loro. È la luce che li interpella e li fa parlare facendoli tirare fuori tutto e svotandoli per entrare nella notte. È notte. È sera. È la fine della speranza. È il giorno di Pasqua ed è ancora notte. Donne che sono andate al sepolcro. Uomini che hanno visto il vuoto. Una coppia che cammina verso il grembo caldo della delusione. Allora appare tutto, perché questa luce entra in casa per rimanere con loro. Non siamo noi a cercare. “Tu non mi cercheresti se non mi avessi trovato”. Si cerca quello che si ha perso. Si cerca un amore. Non si cerca un catechismo! Lo ripeto: il catechismo non porta luce. Solo tristezza. Chi mi ha cercato e mi ha perso, mi ritrova. Chi ho perso e lo ricerco, lo ritrovo! Per questo sparisce. Non si fa più vedere. Perché c’è. Un amore, quando c’è non si vede eppure c’è. Una particola che è fatta vedere a tutti dal sacerdote quando viene mangiata non c’è più, eppure c’è. È la potenza della libertà. Il tempo in cui ciascuno si riprende in mano con libertà per passare dalla tristezza alla gioia. Il luogo vuoto nel quale noi diventiamo quello che vogliamo non quello che ci viene detto di essere. Il vuoto è ancora amore, chiamata, prospettiva, dinamica. Il vuoto è ancora calore. Da quando abbiamo finito il catechismo, quanto vuoto! Eppure, se mi hai trovato… ti ricerco proprio in questo vuoto! Se ti avevo incontrato, ti ricerco. La vita di fede è sempre così. Appare brevemente e raramente. Ma poi lascia il vuoto. Per decidere, per ascoltarsi, per scegliere. Per guastare in modo retroattivo la sua presenza. Quando siamo dentro all’amore, alla gioia, all’entusiasmo, nemmeno ci accorgiamo che era Lui. Ma nel vuoto sì. Il tempo del vuoto è il tempo del volto. Il tempo nel quale si dà il nome alla gioia, al dolore, alla delusione vissuta. È il tempo libero della fede. Proprio perché non sentiamo più, non vediamo più, proprio perché tutto non è più forte come prima, ma tutto si spegne, tutto si acquieta, allora è il tempo dell’amore libero, voluto, scelto.
Paura-Coraggio
Succede nelle coppie: quanto più amore si prova tanto maggiore è la rabbia quando si entra nella delusione, nella rottura. Ma è vero anche il contrario. Quanta più paura e delusione si prova prima e gli occhi cominciano a dare un volto al vuoto, tanto più entusiasmo cresce. È tipico dei convertiti alla fede. Spaccano. Vanno. Annunciano. La tristezza di questo uomo e di questa donna (?) una volta che hanno saputo leggere il vuoto della tomba e di quella tavola, il vuoto del loro cuore e della loro mente, diventa coraggio. Agire con il cuore. Questo è il coraggio! Non più lenti nel cuore perché non più stupidi. La testa funziona. Il cuore si mette liberamente in moto. Sono i piedi ora a correre nella notte. È scuro. Non hanno più paura. Perché la luce è entrata nella loro casa dopo aver camminato con loro e dona forza all’oscurità di quella notte pasquale. Ritorna la notte di Pasqua. La potenza di quel vuoto. Che non è vuoto, ma è il luogo della luce. Il sepolcro e il loro cuore. Per questo il cristianesimo ha bisogno di cuori che si riaccendano non della propria luce, ma di quella di Cristo Risorto! Altrimenti, sarà un cristianesimo triste!












