Elaborazione del lutto

lutto-01-04-2011QUANTO PIU' FORTE SI FA IL DOLORE

1-2 Aprile 2011

di Antonella Faggion

Partire di corsa come sempre all'ultimo minuto, tutta trafelata senza nemmeno il tempo per rendersi conto di salire in macchina e via verso la meta: Villa Immacolata. Tanti anni sono passati e con fatica cerco nei cassetti della memoria di ricordare la strada per raggiungere quel luogo.

Ricordo solo un grande parco, dei grandi alberi e tanto silenzio ma ecco improvvisamente dopo la secca curva a destra un'oasi di pace fra il verde dei Colli Euganei, un luogo speciale dove senti che il tuo corpo, il tuo essere prende un altro ritmo, un altro respiro e tutto si calma. Proprio qui abbiamo organizzato insieme alla scuola Arkè Formazione di Riva del Garda (TN) un seminario di due giorni sul tema "Accoglienza al lutto" che vede come principale ospite Padre Peter Gruber.

Sotto la guida attenta e puntuale della direttrice Nora Bonora e dell'organizzatore/coadiutore Piero Roggero, abbiamo definito i gruppi di lavoro seguiti inoltre da Sonia Spallino, Eugenia Pera e don Romano Cavalletto. A quest'ultimo va il merito di essere riuscito, grazie anche all'apertura di Don Federico Giacomin direttore di Villa Immacolata, a portare il gruppo Arkè a Torreglia nella diocesi di Padova.

Eccolo finalmente il tanto atteso e nominato padre Peter; l'ho riconosciuto subito al primo sguardo fra le varie persone che si trovavano all'entrata della casa: la barba bianca, che con i capelli fa un tutt'uno, il volto su cui spiccano due occhi chiari, profondi ed intensi ed un sorriso sempre disponibile ed attento. Si percepisce chiaramente, anche dal suo fisico, che la vita lo ha segnato su più fronti e non è stata tanto tenera con lui. Nonostante l'esile figura la vitalità della sua voce fa si che l'attenzione venga spostata subito su un piano più profondo, molto più intimo e diretto.

Lentamente incominciano ad arrivare i primi partecipanti al seminario e a dir la verità sono stupita da quante persone ci siano: ragazze, giovani donne, signore ed anche un certo numero di uomini. Un insieme di persone sufficiente a dare al gruppo, composto da 25 partecipanti e 8 collaboratori, un aspetto misto e vario. Sorvolando i riti di accoglienza e conoscenza con i quali abbiamo aperto l'incontro, anche se di forte risonanza proprio perché utili ad avvicinarci gli uni agli altri in semplicità di cuore, preferisco focalizzarmi nel riportarvi l'intensità delle emozioni che Padre Peter è riuscito a far scaturire dal gruppo, dando vita ad un "grande viaggio di ritorno nella memoria" fatto di metafore che ricostruiscono gli aspetti più intensi del dolore presente con diverse intensità nel vissuto di ognuno.

Il nostro cammino di consapevolezza del dolore inizia così: grandi rocce taglienti, che ci feriscono al primo impatto; cactus spinosi che inavvertitamente ci pungono; paludi con acque stagnanti in cui è molto faticoso trovare stabilità; un lago ghiacciato dove le nostre emozioni sono rimaste bloccate e cristallizzate; tanti bei fiori visti attraverso lo spessore del ghiaccio, cosi freddi e fragili da non poter essere colti pena la loro distruzione, ma ancora visibili e presenti; la grande nube nera, simbolo più intenso della depressione, di fronte alla quale tutti proviamo paura e sconforto, dentro cui ci sentiamo umiliati e non capiti ma anche dove non riusciamo a riconoscere i nostri limiti, credendoci i "migliori" e i "più bravi".

In questo lungo viaggio nel ricordo Padre Peter ci accompagna ma fa solo da tramite alla nostra vera guida che come ricordano le Scritture s'incarna nella figura del profeta Elia: è lui infatti che ci indica la strada, ci protegge lungo il viaggio impedendoci di ferirci ancora, rendendoci capaci di vedere i nostri vissuti potendoli trasformare in bene e quindi in gioia.

Nel descrivervi solo in parte l'intensità del viaggio nel dolore, pongo l'attenzione ad un altro simbolo presentatoci da Padre Peter: un candelabro vuoto senza candela. A cosa serve vi domanderete, ecco spiegato il suo significato: noi dobbiamo essere per gli altri dei candelabri vuoti, il nostro scopo è quello di sostenere l'altra persona poiché sarà lui stesso poi a porre la sua luce sopra quel candelabro; se noi mettiamo la nostra luce la sua non troverà più posto!

Tutto ciò che Padre Peter ci ha illustrato si concretizza in maniera vivida nell'attività di gruppo che siamo chiamati a svolgere e che vede riunito un numero limitato di partecipanti coadiuvati da un "facilitatore", di cui anch'io faccio parte, con il compito principale di far emergere attraverso il racconto esperienze personali di grande dolore o lutto, nel rispetto dell'altro, con accoglienza ed empatia.

Mi colpiscono esperienze davvero sconvolgenti che però vengono vissute con grande forza e dignità grazie soprattutto alla Fede e alla fiducia in un Dio che non abbandona mai nessuno di noi.

Due sono i messaggi che più rimangono impressi dentro di me e che possono rappresentare per ognuno di noi il punto di partenza per un percorso di crescita individuale. Anzitutto dobbiamo ricordarci che quando camminiamo su questa terra si deve imparare a stare in equilibrio fra luci ed ombre, sapendo che non potrà mai essere solo inverno, ma che dopo il grande freddo, potrà risvegliarsi una nuova primavera. Seconda, ma non per questo meno rilevante, è la consapevolezza dell'importanza e della necessità della condivisione: la forza del gruppo diventa forza per tutti. Superato il momento in cui è necessario stare soli con se stessi e dove sperimentare il proprio "deserto interiore", si diviene capaci di accogliere gli sguardi del nostro prossimo; occhi pieni di luce che come i nostri hanno visto tanto buio; mani nuovamente capaci di abbracciare nonostante siano state a lungo pugni chiusi.

Grazie ancora per tutto quello che ho vissuto e ricevuto nella grazia di Dio e nella attesa di una nuova Pasqua di Resurrezione.